I “due illustri antenati” di Marco Silvestroni e l’abuso pubblico della Storia
C’e un uso pubblico della storia che spesso impone una distorsione dei fatti secondo le convenienze della politica. Poi c’è un abuso pubblico della storia, in cui si inventa liberamente e si dà parvenza storica a ciò che non è mai esistito.
Nell’ultimo numero de «La città metropolitana» (12.3.2010), a pagina 9, è riportata una biografia del candidato sindaco del centro-destra per le comunali di Albano Laziale.
Non voglio soffermarmi sulle indicazioni relative alla sua formazione e ai suoi ideali personali e familiari o sul suo curriculum. Ciò che mi ha colpito è il suo vanto circa «due illustri antenati (bisnonno e nonno) che hanno ricoperto l’incarico di sindaco con allora il Partito popolare».
Spero che il resto delle affermazioni abbia maggiore fondamento di quella appena riportata tra virgolette. Il Partito popolare, in effetti, ebbe vita gloriosa ma breve, nacque nel 1919 e si dissolse nel 1926. In quegli anni nessun sindaco di Albano si chiamò Silvestroni o fu popolare. Sino a pochi giorni prima della marcia su Roma fu sindaco il socialista Dante Malintoppi, a capo di una coalizione che oggi definiremmo di centro-sinistra. Dopo Malintoppi, sappiamo come sono andate le cose. Il fascio ha preso il sopravvento su ogni libera espressione di voto, si è passati dall’elezione dei sindaci all’investitura dall’alto dei podestà e Albano è stata vittima di continui ricambi a livello amministrativo e di prolungati commissariamenti.
Un documento della Questura del 24 agosto 1923, inoltre, ci dice che ad Albano esisteva un gruppo di sturziani vicini all’arciprete Adinolfi e l’estensore elencò i loro nomi per indicarne la pericolosità. Si trattava di 29 persone, che oggi avremmo difficoltà a definire davvero sturziani, ma nessuna di queste rispondeva al nome di Silvestroni. Può darsi che i documenti siano lacunosi, ma certamente non ci fu nessun sindaco popolare dopo Malintoppi. Chi ricoprì ruoli amministrativi lo fece in nome e per conto del fascismo e non di altri, soprattutto non del Partito popolare, costretto allo scioglimento, e tantomeno di don Sturzo, costretto all’esilio dal fascismo.
I documenti dicono invece che nei primissimi anni del Novecento è stato sindaco di Albano un Vincenzo Silvestroni (il bisnonno?). Questi fu però esponente dello schieramento clerico-moderato, e chi ha due nozioni di storia sa bene che questo schieramento non si può confondere con il Partito popolare né può essere presentato come un suo antesignano. Al contrario, fu proprio contro la gestione clientelare e affaristica del potere che caratterizzò i clerico-moderati, Silvestroni incluso, che nei primi del Novecento si mobilitò il movimento della Democrazia cristiana, con l’obiettivo di moralizzare la vita pubblica e di dare concreta attuazione ai principi del cristianesimo, e Sturzo fu assai vicino a quel movimento. Secondo alcuni fu tra i fondatori.
Un avvocato di nome Vincenzo Silvestroni, i documenti lo indicano dopo la Liberazione come assistente legale di Leonardo Bellagamba, un altro nonno dell’attuale candidato sindaco per il centro-destra di Albano, questa volta non menzionato o, ancora più gravemente, forse spacciato per il nonno sindaco popolare. Leonardo Bellagamba fu, secondo i documenti della Questura, uno dei campioni del fascismo più violento, fino al punto da creare imbarazzo alle locali forze dell’ordine e allo stesso Starace, costretto a spiegare perché non l’avesse ancora rimosso dalla carica di segretario del Fascio (non di sindaco). Tra le sue imprese, per quello che ci riguarda più da vicino, possiamo ricordare la caccia, con bastonature annesse, al lettore dell’«Osservatore Romano» della fine degli anni Trenta. Oppure possiamo rievocare le percosse e le purghe inflitte nel 1937 ad alcuni partecipanti alle conferenze «Pro Sanità della stirpe», tenute da relatori dell’Azione Cattolica e organizzate da don Cesare Guerrucci, con l’incitamento a “dare botte ai preticcioli”, con la minaccia ai corrispondenti locali del «Messaggero» e del «Popolo di Roma» per impedire che descrivessero il successo di quelle conferenze, con le percosse e la rituale bevuta di olio di ricino inflitte al custode del ricreatorio parrocchiale, con la spedizione sotto la casa parrocchiale accompagnata dalle urla “bastonate all’arciprete”, con la carcerazione, seppure breve, di don Guerrucci, ottenuta con l’inganno. Tutto perché questi avrebbe affermato «a noi i giovani accorrono perché comprendono che, più che con le armi, la civiltà, la religione, la Patria, si difendono con la loro costante professione di fede, con il mantenersi puri e forti».
Non è qui il caso di esaminare le imputazioni di collaborazionismo con l’occupante nazista e le tante altre violenze perpetrate a danno di veri o presunti antifascisti, come ad esempio quella che recata monsignor Giuseppe Stella, difensore del vincolo alla Sacra Rota e avvocato dei Santi presso la Congregazione dei Riti in Vaticano, strattonato davanti alla stazione del tram, perché sospettato di possedere alcune copie dell’«Osservatore Romano», e rudemente invitato a recarsi nella casa del Fascio. Esistono pubblicazioni in cui questi episodi sono affrontati nel dettaglio.
Ciò che è importante sottolineare è che la storia non ha molto a che vedere con la storiella che ci raccontano da piccoli o che si fa circolare durante le campagne elettorali. La storia è fatta di date e di documenti e se scegliamo quali antenati citare o se scegliamo da quale parte farli stare a dispetto dei fatti, non solo usiamo malamente la storia ma offendiamo l’intelligenza di chi ci ascolta.
Possiamo infine concludere che don Sturzo non avrebbe certamente apprezzato un uso così spregiudicato della religione e del suo nome per nobilitare figure estranee al suo pensiero e per dare sostanza a una candidatura elettorale attraverso la manipolazione della realtà.
Ugo Mancini
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